Riformare alla danese
Così Ichino sta diffondendo il verbo montiano sul lavoro
Dopo vari incontri tra sindacati e Confindustria per discutere di riforma del mercato del lavoro, non cambia la scadenza fissata dal governo per legiferare: “Siamo vicini alla conclusione, che attendiamo non più tardi della fine di marzo”, ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervistato dal Wall Street Journal. Né muta, per ora, l’obiettivo finale del governo tecnico. Leggi Assalto al bamboccione. Così i tecnici hanno ucciso in un colpo il politicamente corretto su giovanilismo & lavoro di Marianna Rizzini
5 AGO 20

Dopo vari incontri tra sindacati e Confindustria per discutere di riforma del mercato del lavoro, non cambia la scadenza fissata dal governo per legiferare: “Siamo vicini alla conclusione, che attendiamo non più tardi della fine di marzo”, ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervistato dal Wall Street Journal. Né muta, per ora, l’obiettivo finale del governo tecnico: “Ci muoviamo, con moderazione, verso modelli che esistono con successo in nord Europa, a partire dalla Danimarca che è la più celebrata in termini di flexsecurity”. Una conferma indiretta della direzione di marcia di Palazzo Chigi, in questi giorni, arriva dal giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino: in giro per l’Italia a discutere con sindacati, manager e imprenditori, l’autore di una delle proposte più celebri di “contratto unico” fa quasi da apostolo del verbo e delle intenzioni montiane. Lunedì scorso ha parlato ai vertici dell’Associazione italiana direttori del personale (Aidp), lunedì prossimo replicherà in Confindustria e all’Università di Padova, e le sue presentazioni iniziano sempre con la stessa slide: “I quattro punti del governo Monti sui quali si sta discutendo”. E’ probabile che si tratti degli stessi “punti” toccati ancora una volta dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, dopo l'incontro con il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.
La riforma dovrà servire, per esempio, per “contrastare l’abuso delle collaborazioni autonome con una ridefinizione del lavoro dipendente”, ha detto Ichino la scorsa settimana ai dirigenti toscani della Fim-Cisl. Si tratta inoltre di “rafforzare e ‘attrezzare’ il trattamento di disoccupazione”, riportando la cassa integrazione alla sua funzione ordinaria e spalmando maggiori risorse (e tutele) anche a favore dei disoccupati. Due punti sui quali perfino le parti sociali potrebbero trovare un accordo, con un avviso comune al governo. Ma soprattutto – va spiegando in questi giorni Ichino a sindacalisti e industriali – l’esecutivo intende “incentivare il contratto a tempo indeterminato”, consentendo allo stesso tempo alle imprese di poter ricorrere a una maggiore flessibilità in uscita. Come? “Istituendo un indennizzo di licenziamento almeno per i primi due-tre anni di contratto”, ovvero per lo stesso periodo in cui dovrebbero essere sospesi gli effetti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come previsto da varie proposte legislative di mediazione (come quella Boeri-Garibaldi-Nerozzi, quest’ultima firmata anche dallo stesso Ichino). Il giuslavorista del Pd, a dire il vero, preferirebbe che la possibilità di licenziare per motivi economici fosse estesa a tutta la durata del contratto, ovviamente dietro garanzia di un sostegno economico e di formazione per ricollocarsi nel mercato del lavoro. La novità è che lo stesso Ichino, nelle slide che sta condividendo anche con vari quadri dei principali sindacati, spiega che il governo pensa di “sperimentare per i nuovi rapporti un modello di flexsecurity, dove l’impresa è disponibile”. Come dire che, in alcuni casi, perfino il contratto alla Ichino da marzo potrà avere diritto di cittadinanza nel mondo del lavoro italiano.
Il ministro del Lavoro, Fornero, si è mostrato ottimista. Prima ha detto che l’incontro con Camusso “è andato bene”, poi a chi le chiedeva se fosse “stretta” la strada per trovare un accordo con le parti sociali, ha replicato: “E’ un bel sentiero largo”. Sarà, eppure per ora – soprattutto a sinistra – non mancano le prese di distanza dall’incedere governativo. Non a caso Ichino, in giro per l’Italia, prende di petto le tre principali forme di “dissenso di sinistra”. Curioso – per esempio – che ci si scagli contro l’esenzione dall’articolo 18 per i primi tre anni di contratto: “Ma dov’è il danno rispetto alla situazione attuale, nella quale quasi nessuno raggiunge la stabilità nel primo triennio di lavoro?”. Secondo: chi si oppone a una rimodulazione degli ammortizzatori sociali in senso più universalistico “difende il compromesso deteriore sull’abuso della cassa integrazione, un modo sbagliatissimo di affrontare le crisi occupazionali”. Infine una frecciatina anche ai suoi colleghi di partito come Cesare Damiano che ritengono inapplicabile il modello danese di flexsecurity in Italia: “Ma dove l’impresa sia disponibile per indennizzo, trattamento complementare e outplacement, perché non provare?”.
La riforma dovrà servire, per esempio, per “contrastare l’abuso delle collaborazioni autonome con una ridefinizione del lavoro dipendente”, ha detto Ichino la scorsa settimana ai dirigenti toscani della Fim-Cisl. Si tratta inoltre di “rafforzare e ‘attrezzare’ il trattamento di disoccupazione”, riportando la cassa integrazione alla sua funzione ordinaria e spalmando maggiori risorse (e tutele) anche a favore dei disoccupati. Due punti sui quali perfino le parti sociali potrebbero trovare un accordo, con un avviso comune al governo. Ma soprattutto – va spiegando in questi giorni Ichino a sindacalisti e industriali – l’esecutivo intende “incentivare il contratto a tempo indeterminato”, consentendo allo stesso tempo alle imprese di poter ricorrere a una maggiore flessibilità in uscita. Come? “Istituendo un indennizzo di licenziamento almeno per i primi due-tre anni di contratto”, ovvero per lo stesso periodo in cui dovrebbero essere sospesi gli effetti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come previsto da varie proposte legislative di mediazione (come quella Boeri-Garibaldi-Nerozzi, quest’ultima firmata anche dallo stesso Ichino). Il giuslavorista del Pd, a dire il vero, preferirebbe che la possibilità di licenziare per motivi economici fosse estesa a tutta la durata del contratto, ovviamente dietro garanzia di un sostegno economico e di formazione per ricollocarsi nel mercato del lavoro. La novità è che lo stesso Ichino, nelle slide che sta condividendo anche con vari quadri dei principali sindacati, spiega che il governo pensa di “sperimentare per i nuovi rapporti un modello di flexsecurity, dove l’impresa è disponibile”. Come dire che, in alcuni casi, perfino il contratto alla Ichino da marzo potrà avere diritto di cittadinanza nel mondo del lavoro italiano.
Il ministro del Lavoro, Fornero, si è mostrato ottimista. Prima ha detto che l’incontro con Camusso “è andato bene”, poi a chi le chiedeva se fosse “stretta” la strada per trovare un accordo con le parti sociali, ha replicato: “E’ un bel sentiero largo”. Sarà, eppure per ora – soprattutto a sinistra – non mancano le prese di distanza dall’incedere governativo. Non a caso Ichino, in giro per l’Italia, prende di petto le tre principali forme di “dissenso di sinistra”. Curioso – per esempio – che ci si scagli contro l’esenzione dall’articolo 18 per i primi tre anni di contratto: “Ma dov’è il danno rispetto alla situazione attuale, nella quale quasi nessuno raggiunge la stabilità nel primo triennio di lavoro?”. Secondo: chi si oppone a una rimodulazione degli ammortizzatori sociali in senso più universalistico “difende il compromesso deteriore sull’abuso della cassa integrazione, un modo sbagliatissimo di affrontare le crisi occupazionali”. Infine una frecciatina anche ai suoi colleghi di partito come Cesare Damiano che ritengono inapplicabile il modello danese di flexsecurity in Italia: “Ma dove l’impresa sia disponibile per indennizzo, trattamento complementare e outplacement, perché non provare?”.